22 Maggio 2008...11:59 pm

Danilo Arona – Santanta

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“Già, può succedere di tutto, quando soffia il Santa Ana su Los Angeles e dintorni. [...] L’umore cambia. La pelle del corpo si tende come un elastico e le vecchie cicatrici ritornano a dolere. E gli omicidi aumentano, ogni stagione sempre di più.”

Vorrei iniziare da questo brano, che mi dà l’occasione di parlare del protagonista principale di “Santanta“, ultima fatica letteraria di Danilo Arona.

Il Santa Ana, ribattezzato dagli indiani del Mojave Santanta, arriva dal nord-est, si carica sulle spalle tutto il calore accumulato nel deserto del Nevada, poi trova il suo canalone che lo guida verso la California del Sud, rotolando tra passi montani e colline, seccando ogni cosa al suo passaggio e, nell’ultimo tratto, forse per fare prima, imbocca direttamente la Route 66, dove sfreccia inseguito da minacciose nuvole di sabbia.

Santanta non è semplicemente un nome di fantasia partorito dalla mente degli indiani, ma è anche la traduzione, nella lingua dell’altopiano, di Giaguaro Seduto, il capo di tutte le tribù Mohave intorno alla metà del 1800.

Il libro non è solo la storia del Santanta, della pazzia omicida che questo vento sembra scatenare ogni volta che soffia, ma è anche un atto d’accusa contro l’inquinamento del Mohave. La lotta degli indiani della comunità di Wasteland, ai confini del Mojave National Preserve, per difendere le loro terre dal progetto del Pentagono di costruire un deposito per scorie di uranio impoverito e amianto.

È un libro breve, molto agile, che si legge tutto d’un fiato. La storia raccontata purtroppo, come scrive lo stesso Arona, non è di fantasia. Leggendolo probabilmente vi sorprenderete a pensare, come è successo a me, che la realtà spesso riesce a superare la più fervida immaginazione.

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